lunedì, 09 novembre 2009

Di crocefissi, stati immaginari e buchi neri.

Fiducia nel popolo italiano? Lasciate ogni speranza, voi che leggete.



Ci aspettiamo davvero una svolta da gente che, in rigoroso ordine sparso:



- difende a spada tratta un oggetto chiamato crocefisso, riconosciuto simbolo di valori calpestati con precisione pseudopragmatica dagli stessi difensori



- si iscrive in massa (ordine di grandezza: centinaia di migliaia di utenti) a pagine Facebook contenenti bufale, catene di Sant'Antonio, pubblicità mascherate o, più semplicemente, minchiate



- risponde con concetti molto precisi, tipo "la Padania Libera e Indipendente" all'ingresso nel discorso di concetti oggi del tutto anacronistici come Legalità e Onestà



- intima agli immigrati di "sottostare alle nostre leggi", mentre il primo a non "sottostare alle nostre leggi" è il leader che ha votato



- afferma che il contraddittorio è sempre possibile e necessario, perché "ad una verità si può controbattere con un'altra verità": la differenza tra "Fatto" ed "Opinione", nonché la pertinenza dei discorsi al loro oggetto originale sono concetti un po' troppo desueti per i tempi moderni



Niente speranza per questa italietta che ha quel che si merita. Sono dell'idea che non stiamo andando semplicemente verso il fondo di un barile: attorno abbiamo un vero e proprio buco nero e in pochi si oppongono alla sua forza di attrazione. Altri se ne accorgono, ma si lasciano trascinare per il quieto vivere. Altri ancora, infine, ci si buttano a capofitto. Felici e ottimisti come il loro premier, sia ben chiaro.
postato da: antilele alle ore 11:40 | link | commenti (1)
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venerdì, 11 settembre 2009

Siamo tutti Ricky l'operaio

Più di Lele Mora che fa suonare "Faccetta Nera" sul suo Nokia. Più di Fabrizio Corona che si massaggia il pisello di fronte allo specchio. Più del triste affresco vivente delle aspiranti veline di Rozzano (profondo hinterland milanese) che si dimenano di fronte all'obiettivo in un centro commerciale tra un "Intimissimi" e un "Paolino il mago del pollo allo spiedo". Più del regista del "Grande Fratello" che ci comunica candidamente di dover chiudere prima il programma (di Mediaset) prima della messa in onda dell'intervista del Presidente su Porta a Porta (della Rai).


La vera scena madre di "Videocracy" è quella dell'intervista all'operaio bresciano Ricky.

"Oggi quando qualcuno ti chiede cosa fai e tu gli rispondi 'L'operaio, sto al tornio tutto il giorno', la gente ti dice 'Ah, va bene'. Ma se potessi dire 'Vado in televisione' allora sarebbe tutta un'altra storia'".




La misura di quanto siamo scesi in basso sta tutta qui. Nel doversi vergognare di fare un lavoro normale. Nella presunta mancanza di dignità dello "stare al tornio tutto il giorno". Nel dover nascondere la "poca spettacolarità" della propria professione.

Queste sono le masse che il PDL e la Lega sono riuscite ad accalappiare. Uno zoccolo duro con la pancia abbastanza piena per non dover più lottare per i propri diritti fondamentali, ma sempre abbastanza vuota per smettere di sognare di arrivare, un giorno, a scendere la scalinata di Maria de Filippi con una rosa in mano, vero viatico per Montecitorio. Gente vittima di un inganno fetente, che crede che puntare ad entrare a far parte di un'elite da piccolo schermo valga di più che costruirsi un futuro con le proprie mani per formare un'elite di sviluppo, conoscenza, informazione, creatività. Con correlato contorno di ignoranza e menefreghismo per l'attualità e la politica (intesa nel senso tradizionale del termine) che, in un circolo vizioso, avvolgono un Paese inesorabilmente avviato verso l'inviluppo.

Sarebbe troppo retorico ricordare le persone straordinariamente normali che hanno eretto e sorretto l'Italia sin dalla sua nascita. La speranza è che, un bel giorno, il rumore delle rivolte dentro le loro bare ci assordi e ci faccia tornare ad essere un Paese civile.

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venerdì, 28 agosto 2009

Di dischi, gomme e accampamenti

La civiltà limitata che ci ritroviamo in Italia può essere spiegata dalla differenza che passa tra un album di Vasco Rossi e uno di Luca Carboni. E. ovviamente, dal numero di fan dell'uno e dell'altro cantautore, nonché dai commenti del tutto gratuiti di illustri ignoranti che ho sentito pronunciare prima, durante e dopo un concerto (gratuito) di uno dei due.


L'incapacità del'italiano medio di correlare il minimo gesto personale al massimo male comune che ci affligge è tanto palese quanto la cafonaggine dell'amica che ho visto nascondere il chewing-gum sotto la sabbia dorata di una località di mare.


Non è vero che l'italiano medio pensa solo a ciò che accade nel proprio giardino/orticello: se estendiamo il concetto alla piazzola da campeggio bisogna restringere ulteriormente il campo di applicazione ai due metri quadri della propria tenda.


Al rientro dalle vacanze mi sento in vena di sentenze.

postato da: antilele alle ore 15:40 | link | commenti
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sabato, 25 luglio 2009

Mal costume intero gaudio

Sarebbe troppo facile, dopo mesi di silenzio, tornare su questo blog, fare un riassuntone di tutto quello che è successo ultimamente nel nostro disgraziato paese e mettersi a posto la coscienza. No, non posso farlo, sarebbe un po' come salire sul carro dei perdenti (dei vincitori no, altrimenti questo blog avrebbe già un nome diverso e questo paese avrebbe una persona presentabile al governo) e cogliere a piene mani da una realtà che forse neanche il genio di Orwell avrebbe potuto immaginare tale (sempre ammesso che il suo "1984", anziché occuparsi di fantapolitica e psicopolizia, si fosse occupato di fantaprostituzione e psicopapponi). Devo ammettere che l'instant messanging di facebookiana invenzione ha preso il sopravvento sulla "prosa" più o meno ragionata di questo blog: da qui il colpevole silenzio di queste pagine lette più o meno da quattro gatti (questa è una citazione dal TG3 e, visto che mi sento importante come Papa Ratzinger, ora dovrei autocensurarmi e cacciarmi da questo blog).

Dunque, mi ritrovo qui per dire cosa? Per dire che questi mesi sono stati densi di battaglie perse. Ma, come al solito, non sono state perse in TV, sui giornali o in cabina elettorale: quelli sono mondi che ormai seguono regole tutte loro, dove verità e menzogna si uniscono senza soluzione di continuità in un turbinio la cui manovella è girata quotidianamente da una decina di lacché perennemente occupati a sostenere le frottole del padrone.

Le vere battaglie le perdo invece quotidianamente tra le gente comune, quando di fronte alla deriva della società civile e ai miei tentativi di denunciarla vedo salire indecorosamente il limite della tollerenza a tutte le porcate che un classe politica può essere in grado di inventarsi. Sono io quindi l'anomalia in questo paese? Io che non riesco a uniformarmi al "così fan tutti", locuzione che sistema la coscienze della maggioranza dei miei compatrioti con la pancia piena? Io che vengo tacciato di comunismo solo perché ogni tanto tento di correlare le cause con gli effetti? Giusto un paio di giorni fa, giustificando il comportamento "allegro" di Berlusconi, un mio collega di lavoro se ne è uscito con la solita solfa: "ma secondo voi, in Italia, chi non ha scheletri nell'armadio di questo tipo...?". A parte il fatto che fatico a capire per quale principio di educazione civica un malcostume generalizzato diventi buoncostume, ciò che mi rode, per l'ennesima volta, è aver perso l'ottima occasione per rispondere: "Speravo almeno tu e i tuoi famigliari". Forse però è il mio subconscio che mi ferma la risposta in gola. Perché se la controrisposta fosse del tipo "No, i miei hanno anche loro qualche altarino" potrei decretare davvero il raggiungimento del fondo dei fondi, rilevando che dal vocabolario della gente comune è sparito un termine: "vergogna".
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venerdì, 10 aprile 2009

Ho in mente un simbolo

Il fondo di quell'immane tragedia che è il terremoto in Abruzzo non l'abbiamo ancora toccato. Non lo toccheremo con lo sciame sismico, coi morti che verranno estratti dalle macerie nei prossimi giorni, con le immagini dei simboli di uno Stato democratico e moderno veniti giù come castelli di carta. Non l'abbiamo toccato con lo spottone elettorale "casco in testa" di un governo che, prima che Madre Natura ci mettesse lo zampino, aveva appena presentato un Piano Casa che conteneva un articolo intitolato "Semplificazioni in materia antisismica".
Finiremo la nostra caduta quando fra qualche decennio un drappo tricolore scoprirà una targa dentro il corso principale della New Town L'Aquila (ridente cittadina senza più un'anima ma piena di laghetti, multisala e centri commerciali). Una targa con scritto: "CORSO BETTINO CRAXI". Lì allora avremo raggiunto l'apice del non rispetto verso i morti abruzzesi. Una presa per il culo che è iniziata a rovine ancora fumanti, con i politici di turno ad affrettarsi a proclamare la ritrovata unità nazionale. Come se unità nazionale non volesse dire anche rispetto per l'elettorato e trasparenza nella gestione della cosa pubblica. Come se non ci fosse correlazione tra gli appalti pubblici completati mentre una classe politica miserrima conta i soldi delle bustarelle e un ospedale che viene giù alla prima scossa.
Tutto sarà completo quando il simbolo del malaffare politico, colui che in Parlamento ammise pubblicamente la colpevolezza di tutti i suoi simili prima di darsi alla latitanza, diverrà un nome sulle carte di identità dei futuri cittadini della nuova L'Aquila alla voce "indirizzo". Si chiuderà un circolo vizioso e perverso nella Repubblica del controsenso: dove uno dei colpevoli di un disastro diventa simbolo della rinascita dopo la tragedia.

postato da: antilele alle ore 15:37 | link | commenti
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giovedì, 05 marzo 2009

Sempre sti comunisti...

L'ottimo direttore de "Il Giornale" Mario Giordano, ci ricorda oggi col suo corsivo che in tante scuole italiane "È inevitabile: [...] perché se in un istituto aumentano i compagni romeni, albanesi o marocchini, gli italiani ritirano i loro figli e li iscrivono altrove. Magari non è bello da dirsi, però è così. Accade". La causa di ciò, secondo il già inventore di "Lucignolo", è che la sinistra si è opposta alle "classi ponte", che avrebbero dovuto preparare il terreno all'integrazione dei pargoletti italiani con quelli stranieri. Tralasciando il giudizio sull'utilità delle "classi ponte", che prevenivano la ghettizzazione creando dei ghetti, mi soffermo sul ragionamento logico di Giordano. L'effetto è ben individuato: gli stranieri iscrivono i figli nella scuola X, gli italiani spostano la loro prole nella scuola Y. Ma la causa? Prima televisioni e giornali a reti e pagine unificate riportano fedelmente i teorici leghisti intenti a decantare l'utilità delle classi ponte, secondo lo schema del "sono razzista, ma per il bene del paese". Il martellamento mediatico fa in modo che la paura strisciante per il diverso si insinui nella popolazione, senza un filtro, senza un vero dibattito, Basta poco e nell'italiano medio è entrata prepotente la convinzione che studenti italiani e stranieri non possano coesistere: così, senza uno straccio di motivazione plausibile. Poi le "classi ponte" vengono cestinate, ma a quel punto il plagio via TV si è già consumato. Gli effetti immediati si vedono a occhio nudo, tant'è che anche Giordano ci arriva. Benissimo, e la colpa di chi è? Della sinistra.




Non del razzismo di Stato.




Non di quelli che, acceccati dalla fame di voti, non esitano e negare l'innegabile, e cioè che un bambino di sei anni si integra molto più facilmente di un adulto (basti pensare a tante piccole realtà paesane ancora esistenti, dove bimbi italianissimi iniziano le elementari sapendo solo il dialetto locale, senza che nessuno si preoccupi della loro mancata integrazione, visto che evidentemente non ce n'è bisogno...).




Non di quelli che preferiscono una società di gente separata e separabile,  in una continua guerra fra straccioni che giova solo a chi muove i fili.




Non resta che aspettarci altre raffinate rappresentazioni del rapporto causa-effetto secondo l'intellettuale Giordano. Ne suggerisco una semplice semplice, proprio sul suo conto, sul suo passato e sul suo giornale: "Dirigo il Giornale perché sono un bravo giornalista: ne ho dato prova dirigendo Studio Aperto".

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lunedì, 23 febbraio 2009

Il leader che ho in mente

Interessanti le considerazioni de "il Giornale", a proposito delle candidature a leader del PD. "Provocatoriamente" l'house organ del nostro premier propone niente popò di meno che: Gianfranco Fini. Seguono le motivazioni, colte direttamente dalla penna del corsivista Stenio Solinas:

"[Fini] È un professionista della politica, ovvero un contenitore vuoto disponibile a riempirsi del liquido ritenuto in quel momento più potabile"

"Fini, per fare solo qualche esempio, si è dichiarato favorevole al diritto di voto per gli immigrati, difende la laicità dello Stato e l’autonomia dell’individuo, è per le coppie di fatto ed è un critico severo del cesarismo, sia vero sia presunto"

"A lungo Fini si è immaginato come suo delfino [di Berlusconi], ma la scienza medica è contro di lui. È dell’altro giorno la notizia di un vaccino che, stando a dei ricercatori statunitensi, porterebbe l’età media oltre il secolo di vita... Fra trent’anni, insomma, avremo ancora Silvio premier e Gianfranco in lista d’attesa...".

Brillante e ironico il pezzo, ma con qualche lacuna di coerenza laddove Solinas intravede i demeriti finiani (e automaticamente i meriti berlusconiani).

Andiamo con ordine, partendo dal presunto trasformismo finiano. Il concetto di voltagabbana è molto soggettivo: ma se si mettono dei paletti si può ambire ad una percentuale diversa da zero di obiettività. Se uno diventa prima vice presidente del Consiglio, poi Ministro degli esteri e infine presidente della Camera, giurando sulla Costituzione, non può che essere antifascista, come lo è la nostra Carta fondamentale. E' una condizione necessaria, che Fini per altro rispetta molto più di altri: una volta rinnegato il fascismo ha proseguito su questa strada senza tornare indietro, curando di dichiarazione in dichiarazione i mal di pancia della cosiddetta "base" di AN. Si potrebbe dire lo stesso, che so, dei leghisti e dei loro "valori"? Secessionisti dichiarati un tempo, ma ora Ministri della Repubblica Italiana con tanto di giuramento buono per le giacche e cravatte del Quirinale, un po' meno qualche mese dopo per le camicie verdi di Pontida, dove infatti del giuramento ci si dimentica e si invitano gli adepti e mettere il tricolore vicino o dentro la tazza. Senza dimenticare Berlusconi, che, come ovvio, Solinas considera il leader ideale di una destra di governo (contrapposto a un Fini troppo mancino): mai apertamente antifascista, mai presente in veste ufficiale ad una manifestazione del 25 aprile e, soprattutto, autore di esternazioni da vero camerata, tipo quelle sul confino che "in realtà era solo una vacanza di qualche giorno".

Ancor più interessante risulta il riferimento ad immigrati e laicità. Anche qui capire perché per Solinas Fini sia il leader ideale del PD ci aiuta a capire come deve essere il leader del PDL: un illiberale. Perché sta nell'ABC del pensiero liberal concedere il diritto di voto a chi paga le tasse, indipendetemente dal colore della pelle, oppure ritenere lo Stato una guida sufficiente alle scelte autonome di un individuo, senza le ingerenze del prete o dell'imam di turno. Ma evidentemente il Giornale ritiene queste doti adatte a guidare la sinistra, mentre l'autoritarismo destrorso richiede razzismo imperante e una genuflessione, almeno di facciata, di fronte ai porporati: non sia mai che qualche altro straccione ottenga il diritto di esprimersi attraverso il voto, magari meditando le proprie scelte politiche lontano dallo svolazzamento di una tonaca.

Infine il capolavoro, ovvero il riferimento all'imortalità del premier. Qui forse Solinas ha lasciato poco spazio all'argomentazione per dedicarsi alla comicità pura, e quindi non va preso molto sul serio. Ma suggerire a Fini di farsi da parte e trovare un altro lido politico perché l'attuale premier lo sarà a vita fa un po' a cazzotti con i proclami tipo "noi siamo la nuova politica". Certo, per un Berlusconi che, in perfetta forma a centoventi anni, sarà in politica da sessanta, ci sarà sempre un Fini in politica almeno da novanta, prestando il fianco a chi vorrà dire che "Fini era già in politica quando Berlusconi era solo imprenditore". Risolvendo il tutto ad una comparazione in termini relativi che, scavando a fondo, è una definizione perfetta anche per il pezzo in questione. In un trionfo di stereotipi l'articolo di Solinas non dipinge i tratti di un ipotetico leader che incarna valori di sinistra, ma descrive le caratteristiche di un politico che, avendo espresso idee un po' più a sinistra del Berlusconi-pensiero, allora è il capo ideale del PD. Non importa che quelle idee abbiano un senso tutt'altro che partigiano trovando un significato fortissimo niente meno che nella storia dell'uomo: la politica di oggi ha fame di concetti semplici, di etichette e di slogan facilmente teletrasportabili, di confronti uno-contro-uno in cui evidenziare senza dubbi di sorta i punti di forza e di debolezza dei contendenti secondo clichè prestabiliti.

Al di là delle provocazione sul personaggio Fini, forse proprio il presidente della camera potrebbe essere l'unico interprete credibile di un fantomatico dialogo destra-sinistra, perché capace di stabilire in alcuni casi il punto di sintesi e di partenza tra due opposte ideologie. Ma si sa, ai berluscones non importa nulla del dialogo: a meno che non sia quello monodirezionale a reti unificate del piccolo duce, con tanta nostalgia per quel balconcino di Piazza Venezia.
postato da: antilele alle ore 14:53 | link | commenti
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lunedì, 09 febbraio 2009

Un giorno chiederemo scusa alla Storia

Week-end cinefilo quello appena passato. Sabato "Frost-Nixon", domenica "Milk". All'uscita dalle sale (semivuote) una sola consapevolezza con corredo di nodo in gola, in entrambi i casi: quella di vivere in un paese marcio e anacronistico.

Negli USA giusto circa trent'anni fa succedevano le seguenti cose:

- un ex presidente veniva inchiodato pubblicamente da un giornalista che lo costringeva a chiedere scusa alla nazione delle proprie malefatte

- un gay mobilitava le coscenze di qualche milione di persone, ottenendo risultati concreti, parlando di speranza, uguaglianza, coesione sociale, giustizia uguale per tutti

Oggi due capolavori cinematografici rendono il giusto omaggio ai fatti di cui sopra.

In Italia di questi tempi succedono le seguenti cose:

- un presidente del consiglio in carica, forte di svariati mezzi di informazione di massa sotto il proprio controllo, pretende che la magistratura gli chieda scusa per averlo inquisito per le proprie malefatte

- il gay più famoso del paese vince un reality show e tutti parlano di diritti agli omosessuali riconosciuti

Oggi Cinecittà partorisce "Scusa ma ti chiamo amore", "Ex" e "Iago".


Qualcuno tiri lo sciacquone.

postato da: antilele alle ore 12:34 | link | commenti
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lunedì, 02 febbraio 2009

Intestino rules

Vivo in un paese che ragiona al contrario. Dove la pancia prevale sul cervello sistematicamente. Infatti ci sono in giro più peti che idee. Perché le cose van chiamate col loro nome, soprattutto quando provengono dalle facce da culo: peti. Non idee, pensieri, critiche, opinioni: peti.

Non trovo altro termine per definire i commenti e le mail dei cittadini comuni alla notizia che riporta la visita in carcere dei deputati Bernardini e D'Elia ai cosiddetti "stupratori di Guidonia". Il cervellone più leggero ha partorito uno "spero che venga fatto a te quello che hanno fatto alla vittima" rivolto alla deputata.

Non trovo altri termini per definire quei giornalisti e quelle redazioni che quasi hanno omesso la notizia che riporta l'affissione di manifesti solidali da parte degli amici del cosiddetto "stupratore di capodanno".

I deputati Bernardini e D'Elia non hanno solidarizzato con gli stupratori: hanno solo verificato che non avessero subito violenze dentro le patrie galere. Perché se si mettono delle bestie in carcere non ci devono essere delle bestie come carcerieri: tutto semplice come i concetti di Democrazia e Stato di Diritto tanto sbandierati quando a finire dentro è il politico di turno.

Gli amici dello stupratore di Roma invece hanno negato la realtà, con tanto di riabilitazione fai-da-te di un reo confesso, proclamandone antiteticamente l'innocenza.

Tra i due episodi un paio di differenze fondamentali, ovvero la nazionalità degli stupratori e il conseguente grado di allarmismo mediatico provocabile: massimo se la bestia è rumena, minimo se la bestia è italiana, ben inserita in società, con conoscenti pronti a sfidare la logica per salvaguardare quella fedeltà acritica che tanto piace a chi comanda, anche in caso di delitti aberranti.


Qui uno scritto illuminante sugli animali che siamo diventati.

postato da: antilele alle ore 16:42 | link | commenti
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lunedì, 26 gennaio 2009

Con noi o con noi

In un post di qualche mese fa palesavo un certo ottimismo. Che ingenuità credere, o per lo meno sperare,  che vent'anni di rincoglionimento mediatico potessero essere spazzati via dalla crisi di identità di qualche insegnante col culo scoperto.

Passato il polverone ecco riaffiorare il marcio di questa zozza società.

Veniamo al punto. Che il nostro premier avesse un concetto di fedeltà un po' bizzarro lo si era capito subito: se sei amico di Silvio non lo critichi mai, se azzardi la critica sei un comunista, quindi un nemico. Che l'essere fedeli tra uomini presupponga il totale asservimento fa a pugni col buon senso e pure con le canzoni di Dario Baldan Bembo.

Che questo modo di agire abbia costituito il sottobosco sul quale si è sviluppato l'attuale modello politico dominante italiano è indubbio, avendo garantito fama, popolarità e impunità al suo creatore e gettando scompiglio anche dove il diritto di critica albergava un tempo. Una prova? L'opinione pubblica di oggi considera "capaci" di governare solamente coloro che dimostrano di avere la verità in tasca e pronta all'uso, senza inutili discussioni interne o palesi dissensi tra i decisori: il premier decide, i vassalli-ministri eseguono, il parlamento sta a guardare. Ovvero tutto ciò che Prodi non ha saputo fare (e meno male). Questo modo di porsi ha indubbi vantaggi politici ed è innegabile. Fa meno male di una marcia su Roma, sortisce gli stessi effetti, ma ha un'arma in più, riuscendo a penetrare silenzioso nel tessuto democratico del Paese: al contrario di Mussolini, che usò delle supposte, Berlusconi ci sta offrendo una Zigulì da vent'anni, tutti i giorni, prima durante e dopo i pasti.  

Ciò che mi sfugge al momento è come questo tipo di comportamento possa essere profittevole nei rapporti più semplici che stanno alla base di una società. Gli effetti della Zigulì stanno andando oltre il piano politico. Assisto inerme di fronte all'ìmbastardimento di amicizie durature, dove le discussioni su temi politici extrapersonali diventano motivo di acre inimicizia e messa in dubbio di affetti sinceri. Con che guadagno a livello personale? Nessuno.

Il problema è grave. Credo che gli anticorpi di una democrazia, anche quando questo bistrattato istituto è ridotto a larva (vedi ventennio), risiedano nella capacità della società civile di rimanere tale, ovvero nell'essere baluardo del diritto di critica, della discussione tra uomini, del confronto di idee. Quando questi principi cadono in nome di un non ben definito pragmatismo e di un realismo fomentato dalla paura è l'ìnizio della fine. Ci siamo.
postato da: antilele alle ore 11:57 | link | commenti
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