Più di Lele Mora che fa suonare "Faccetta Nera" sul suo Nokia. Più di Fabrizio Corona che si massaggia il pisello di fronte allo specchio. Più del triste affresco vivente delle aspiranti veline di Rozzano (profondo hinterland milanese) che si dimenano di fronte all'obiettivo in un centro commerciale tra un "Intimissimi" e un "Paolino il mago del pollo allo spiedo". Più del regista del "Grande Fratello" che ci comunica candidamente di dover chiudere prima il programma (di Mediaset) prima della messa in onda dell'intervista del Presidente su Porta a Porta (della Rai).
La vera scena madre di "Videocracy" è quella dell'intervista all'operaio bresciano Ricky.
"Oggi quando qualcuno ti chiede cosa fai e tu gli rispondi 'L'operaio, sto al tornio tutto il giorno', la gente ti dice 'Ah, va bene'. Ma se potessi dire 'Vado in televisione' allora sarebbe tutta un'altra storia'".
La misura di quanto siamo scesi in basso sta tutta qui. Nel doversi vergognare di fare un lavoro normale. Nella presunta mancanza di dignità dello "stare al tornio tutto il giorno". Nel dover nascondere la "poca spettacolarità" della propria professione.
Queste sono le masse che il PDL e la Lega sono riuscite ad accalappiare. Uno zoccolo duro con la pancia abbastanza piena per non dover più lottare per i propri diritti fondamentali, ma sempre abbastanza vuota per smettere di sognare di arrivare, un giorno, a scendere la scalinata di Maria de Filippi con una rosa in mano, vero viatico per Montecitorio. Gente vittima di un inganno fetente, che crede che puntare ad entrare a far parte di un'elite da piccolo schermo valga di più che costruirsi un futuro con le proprie mani per formare un'elite di sviluppo, conoscenza, informazione, creatività. Con correlato contorno di ignoranza e menefreghismo per l'attualità e la politica (intesa nel senso tradizionale del termine) che, in un circolo vizioso, avvolgono un Paese inesorabilmente avviato verso l'inviluppo.
Sarebbe troppo retorico ricordare le persone straordinariamente normali che hanno eretto e sorretto l'Italia sin dalla sua nascita. La speranza è che, un bel giorno, il rumore delle rivolte dentro le loro bare ci assordi e ci faccia tornare ad essere un Paese civile.
La civiltà limitata che ci ritroviamo in Italia può essere spiegata dalla differenza che passa tra un album di Vasco Rossi e uno di Luca Carboni. E. ovviamente, dal numero di fan dell'uno e dell'altro cantautore, nonché dai commenti del tutto gratuiti di illustri ignoranti che ho sentito pronunciare prima, durante e dopo un concerto (gratuito) di uno dei due.
L'incapacità del'italiano medio di correlare il minimo gesto personale al massimo male comune che ci affligge è tanto palese quanto la cafonaggine dell'amica che ho visto nascondere il chewing-gum sotto la sabbia dorata di una località di mare.
Non è vero che l'italiano medio pensa solo a ciò che accade nel proprio giardino/orticello: se estendiamo il concetto alla piazzola da campeggio bisogna restringere ulteriormente il campo di applicazione ai due metri quadri della propria tenda.
Al rientro dalle vacanze mi sento in vena di sentenze.
L'ottimo direttore de "Il Giornale" Mario Giordano, ci ricorda oggi col suo corsivo che in tante scuole italiane "È inevitabile: [...] perché se in un istituto aumentano i compagni romeni, albanesi o marocchini, gli italiani ritirano i loro figli e li iscrivono altrove. Magari non è bello da dirsi, però è così. Accade". La causa di ciò, secondo il già inventore di "Lucignolo", è che la sinistra si è opposta alle "classi ponte", che avrebbero dovuto preparare il terreno all'integrazione dei pargoletti italiani con quelli stranieri. Tralasciando il giudizio sull'utilità delle "classi ponte", che prevenivano la ghettizzazione creando dei ghetti, mi soffermo sul ragionamento logico di Giordano. L'effetto è ben individuato: gli stranieri iscrivono i figli nella scuola X, gli italiani spostano la loro prole nella scuola Y. Ma la causa? Prima televisioni e giornali a reti e pagine unificate riportano fedelmente i teorici leghisti intenti a decantare l'utilità delle classi ponte, secondo lo schema del "sono razzista, ma per il bene del paese". Il martellamento mediatico fa in modo che la paura strisciante per il diverso si insinui nella popolazione, senza un filtro, senza un vero dibattito, Basta poco e nell'italiano medio è entrata prepotente la convinzione che studenti italiani e stranieri non possano coesistere: così, senza uno straccio di motivazione plausibile. Poi le "classi ponte" vengono cestinate, ma a quel punto il plagio via TV si è già consumato. Gli effetti immediati si vedono a occhio nudo, tant'è che anche Giordano ci arriva. Benissimo, e la colpa di chi è? Della sinistra.
Non del razzismo di Stato.
Non di quelli che, acceccati dalla fame di voti, non esitano e negare l'innegabile, e cioè che un bambino di sei anni si integra molto più facilmente di un adulto (basti pensare a tante piccole realtà paesane ancora esistenti, dove bimbi italianissimi iniziano le elementari sapendo solo il dialetto locale, senza che nessuno si preoccupi della loro mancata integrazione, visto che evidentemente non ce n'è bisogno...).
Non di quelli che preferiscono una società di gente separata e separabile, in una continua guerra fra straccioni che giova solo a chi muove i fili.
Non resta che aspettarci altre raffinate rappresentazioni del rapporto causa-effetto secondo l'intellettuale Giordano. Ne suggerisco una semplice semplice, proprio sul suo conto, sul suo passato e sul suo giornale: "Dirigo il Giornale perché sono un bravo giornalista: ne ho dato prova dirigendo Studio Aperto".
Week-end cinefilo quello appena passato. Sabato "Frost-Nixon", domenica "Milk". All'uscita dalle sale (semivuote) una sola consapevolezza con corredo di nodo in gola, in entrambi i casi: quella di vivere in un paese marcio e anacronistico.
Negli USA giusto circa trent'anni fa succedevano le seguenti cose:
- un ex presidente veniva inchiodato pubblicamente da un giornalista che lo costringeva a chiedere scusa alla nazione delle proprie malefatte
- un gay mobilitava le coscenze di qualche milione di persone, ottenendo risultati concreti, parlando di speranza, uguaglianza, coesione sociale, giustizia uguale per tutti
Oggi due capolavori cinematografici rendono il giusto omaggio ai fatti di cui sopra.
In Italia di questi tempi succedono le seguenti cose:
- un presidente del consiglio in carica, forte di svariati mezzi di informazione di massa sotto il proprio controllo, pretende che la magistratura gli chieda scusa per averlo inquisito per le proprie malefatte
- il gay più famoso del paese vince un reality show e tutti parlano di diritti agli omosessuali riconosciuti
Oggi Cinecittà partorisce "Scusa ma ti chiamo amore", "Ex" e "Iago".
Qualcuno tiri lo sciacquone.
Vivo in un paese che ragiona al contrario. Dove la pancia prevale sul cervello sistematicamente. Infatti ci sono in giro più peti che idee. Perché le cose van chiamate col loro nome, soprattutto quando provengono dalle facce da culo: peti. Non idee, pensieri, critiche, opinioni: peti.
Non trovo altro termine per definire i commenti e le mail dei cittadini comuni alla notizia che riporta la visita in carcere dei deputati Bernardini e D'Elia ai cosiddetti "stupratori di Guidonia". Il cervellone più leggero ha partorito uno "spero che venga fatto a te quello che hanno fatto alla vittima" rivolto alla deputata.
Non trovo altri termini per definire quei giornalisti e quelle redazioni che quasi hanno omesso la notizia che riporta l'affissione di manifesti solidali da parte degli amici del cosiddetto "stupratore di capodanno".
I deputati Bernardini e D'Elia non hanno solidarizzato con gli stupratori: hanno solo verificato che non avessero subito violenze dentro le patrie galere. Perché se si mettono delle bestie in carcere non ci devono essere delle bestie come carcerieri: tutto semplice come i concetti di Democrazia e Stato di Diritto tanto sbandierati quando a finire dentro è il politico di turno.
Gli amici dello stupratore di Roma invece hanno negato la realtà, con tanto di riabilitazione fai-da-te di un reo confesso, proclamandone antiteticamente l'innocenza.
Tra i due episodi un paio di differenze fondamentali, ovvero la nazionalità degli stupratori e il conseguente grado di allarmismo mediatico provocabile: massimo se la bestia è rumena, minimo se la bestia è italiana, ben inserita in società, con conoscenti pronti a sfidare la logica per salvaguardare quella fedeltà acritica che tanto piace a chi comanda, anche in caso di delitti aberranti.
Qui uno scritto illuminante sugli animali che siamo diventati.